Articolo su “Amleto” di Teatrincorso a Roma

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ROMATEATROFESTIVAL: "AMLETO"

Il palcoscenico diventa palcoscenico per una personale interpretazione della tragedia shakespeariana . Un esempio di come far rivivere un testo classico nella contemporaneità.

 

 

Roma – “La scena è vuota, animata e percorsa da corpi che si espongono a ritmi meccanici, a visioni violatrici”. Le luci si accendono, gli attori sono in fila, stremati, ma soddisfatti, adesso possono scaricare la tensione, aspettano solo di essere presentati alla giuria e si inchinano davanti al pubblico. Lo spazio scenico, contenitore di una storia raccontata con verità agghiacciante, si trasforma e diventa un tutt’uno con quello degli spettatori. Una forte energia si diffonde e la sala echeggia applausi che sembrano non voler finire, il pubblico è entusiasta ed emozionato, lascia il proprio posto e torna alla quotidianità dopo aver vissuto un sogno. Il teatro riesce ancora ad emozionare, basta solo trovare la chiave giusta per non annoiare lo spettatore. Elena Marino, regista dello spettacolo, ha centrato in pieno l’obiettivo. Il paradosso è che è riuscita a farlo attraverso un testo classico di difficile interpretazione e facile incomprensibilità, specialmente per attori ( Scuola di Teatrincorso Spazio 14, Trento) che sono al secondo anno di laboratorio; ha tirato fuori da ognuno la parte migliore lavorando sulle singole fragilità ed ha permesso a tutti, indistintamente, di immedesimarsi nel personaggio più consono alle personalità di cui disponeva. Ritmi incalzanti, movimenti seducenti, un’energia incommensurabile. Questa è la sintesi di ciò che è avvenuto lo scorso 10 giugno al Teatro Furio Camillo in occasione della sesta serata del Romateatrofestival. Elena Marino utilizza l’espediente del palcoscenico nel palcoscenico, tanto caro allo stesso Shakespeare e pervade il palco di visioni inquietanti e violatrici, di ombre notturne e spettrali, di forme disegnate nello spazio attraverso l’utilizzo di pochi oggetti scenici: basta una corda per far esprimere ad Amleto un male interiore che lo tormenta, bastano un mazzo di rose ed un corpo espressivo per dare senso alla morte, basta un trono nero, fatto di vimini per creare situazioni macabre, seducenti e ipocrite, ma anche per rivelare il marcio che si nasconde dietro il potere. Dietro al testo c’è un lavoro di segmentazione e fedeltà: le parole di Shakespeare, cariche di poesia e di emozioni, vibrano nell’aria e giungono in maniera diretta all’orecchio dello spettatore che, grazie alla bravura degli attori, può capirle fino in fondo. L’idea di teatrino sociale a cui Amleto si adegua recitando la parte del folle emerge chiaramente proprio perché Elena Marino ha fatto in modo che la stessa situazione potesse essere trasposta nel presente: un mondo in cui domina l’ipocrisia di un potere che finge di governare nel giusto, ma che nasconde un malessere grave e che trascina con sé le persone più deboli, complici di un gioco delle parti violento e perverso. Amleto, quindi, non è pazzo; crede fermante in ciò che vede, alle sue visioni angoscianti, specchio, in fondo, della sua stessa anima. E, attraverso questo espediente, raggiunge l’ obiettivo: si vendica, ma come dicevo prima, questo è un gioco perverso, ogni azione si ritorce contro colui che la compie e Amleto si è consapevolmente compromesso nell’infernale meccanismo shakespeariano. Tutto questo è chiaro nello spettacolo che non ha annoiato; i momenti di tensione drammatica sono stati intervallati da momenti divertenti, soprattutto grazie ad una particolare interpretazione del personaggio di Polonio. Lo spettatore non ha potuto distogliere la sua attenzione; ogni segmento ha portato con sé emozioni troppo forti, mai esagerate, sempre vere, reali, emozioni che non hanno lasciato indifferenza. Una regia fantastica, con trovate sceniche semplici, ma spettacolari. Finalmente si è ritrovato il piacere di andare a teatro, luogo di verità, contenitore di messaggi da comunicare. Il messaggio di Elena Marino e della compagnia è stato codificato e decodificato da tutti.
Il teatro ritrova così la sua forma originaria!

Valeria Nardella

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